Lo so che molto spesso le questioni italiane e più in generale quelle estere, nel nostro Cantone hanno poca presa però considerato che il mio iter universitario lo sto svolgendo in una Università italiana, l’Università degli Studi di Milano, mi sento in dovere di prendere posizione, con buona pace di chi annoierò.
Sono giorni difficili quelli che si stanno vivendo giù alla Statale di Milano poiché da qualche settimana a questa parte si sta concretizzando un grave torno all’intero sistema istruzione Italia. Col cambiamento del governo italiano, dal centro sinistra al centro destra, è comparsa una simpatica signora messa a capo del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, una certa Gelmini. La signora ministra, insieme al suo “pool di esperti” ha ideato una stravagante riforma della scuola che fino adesso, malgrado non sia ancora entrata in vigore, ha creato più problemi che benefici. In effetti, da quando è stato presentato il famigerato progetto di legge 133, si sono diffuse a macchia d’olio, su tutto il territorio nazionale, proteste sia nelle scuole elementari e medie che nelle università. Ovunque cortei spontanei hanno invaso le città, e fatto nuovo, le scuole sono occupate con la complicità di docenti e genitori. Le Università sono praticamente tutte in agitazione attraverso la costituzione di coordinamenti di studenti, ricercatori e docenti. Il Governo Berlusconi ha se non altro avuto il merito di aver prodotto un’unità intergenerazionale.
Il progetto Gelmini, in breve, vuole diminuire le ore di istruzione nelle scuole dell’obbligo colpendo le famiglie con meno reddito. Per l’università, che mi vede direttamente coinvolto, la riforma prevede tagli per 1.500 milioni di euro con conseguente aumento delle tasse d’iscrizione.
L’università, che già oggi non è per tutti, finirà sempre più col diventare accessibile alla sola “élite”, mentre gli altri si dovranno consolare con la favola del diritto allo studio, sancito dalla Costituzione Italiana. La ricerca sarà gestita con criteri e per obiettivi funzionali agli interessi privati. Gli organici saranno ridotti secondo lo schema 1 assunzione ogni 5 pensionamenti. Con buona pace per la qualità dell’attività didattica e per l’adeguamento dei percorsi formativi. Nessuna stabilizzazione dopo anni di precariato per migliaia di ricercatori, tecnici e amministrativi. Una specie di avviso di licenziamento a futura memoria. Anche gli altri comparti dell’istruzione subiranno le conseguenze di questo “nuovo” assetto universitario, che non può non essere lo spettro incombente sugli studi dopo la scuola superiore.
La furia pseudo - riformatrice, della ministra Gelmini, sta imperversando ovunque nell’istruzione. Sono suoi bersagli anche la scuola elementare e quella media (inferiore e superiore). Nelle elementari, col ritorno al “maestro unico”, si riduce l’organico docente di decine di migliaia di maestre e maestri; si dequalifica pesantemente una scuola già adesso non è un simbolo a livello internazionale; si rubano 4 ore al “tempo/scuola” settimanale; si abolisce il “tempo pieno”, che si sostituisce, a richiesta delle famiglie.
Nella scuola media, si accorpano istituti e altri si chiudono; si tagliano fondi per 8 miliardi di euro, mentre se ne regalano milioni alle scuole private; si riduce il personale di circa 85mila insegnanti e 45mila lavoratori ausiliari, tecnici e amministrativi; si pensa di ridurre l’orario di lezione e di abolire il 5% anno in certi istituti; si stiveranno 30 e passa alunni per classe, da “gestire” con bocciature col “5″ in condotta o in una materia o gruppo di materie. Classi concepite come luoghi di ordine autoritario. E tanti saluti a chi incappa in qualche difficoltà, cosi da portare con sé un handicap a vita, e chi viene da un altro angolo del mondo e avrebbe bisogno di essere riconosciuto nella sua dignità e diversità?
Da settimane si cerca di resistere a quest’attacco. Lo si fa approfondendo le questioni, facendo assemblee, manifestazioni, partecipando in massa ai vari cortei che si vanno costituendo quasi dal nulla. Avanti cosi, perché se c’è qualcosa che le Officine di Bellinzona mi hanno insegnato e che la lotta paga.
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